Heineken Jammin Festival 2012- Guest Alida Altemburg

 

 

Tre giorni di grandi emozioni!

Sul palco Red hot Chilli Peppers, Prodigy e The Cure! Per l’occasione ho realizzato con la collaborazione di Cll Milano un bellissimo video delle tre giornate sul mio canale, che trovate qui a destra del blog! Enjoy!

 

MILANO – Per prima cosa partiamo dalle fredde cifre che per le emozioni ci sarà tempo. Sembra infatti che il primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia, ci abbia davvero visto giusto quando lo scorso 4 giugno si augurò «tre serate gioiose» per la prima  milanese dell’Heineken Jammin’ Festival, manifestazione trasferitosi giusto quest’anno (dopo le location di Imola e Venezia) negli ampi spazi cementizi della fiera di Milano/Rho. Gioiose e numerose, aggiungiamo noi. Visto che, dati alla mano, sono stati circa60mila gli spettatori effettivi presenti alla kermesse. Così suddivisi: 27500 la sera di giovedì, brusca caduta a quota 8500 il venerdì (peccato, sul palco si esibivano i devastantiProdigy…) e repentina risalita a 23500 – anche se ad occhio nudo sembravano perfino di più – per il gran finale di sabato sera con gli attesissimi Cure. Ma bando alla fredda matematica e vediamo come sono andate le cose a livello di musica. E quanto cuore-rock ha bruciato nella fornace di Rho allietata da un’organizzazione che fortunatamente non ha badato a spese in quanto ad erba sintetica, maxi-schermi e docce refrigeranti per contrastare la canicola di questo luglio caldo come la passione.

UN INIZIO PICCANTE (GIOVEDI’ 5 LUGLIO) Tolti i gruppi emergenti del pomeriggio (Destrage eNomorespeech), la giornata iniziale dell’Heineken parte con i riflettori puntati sui giovani grazie alla contemporaneità degli Enter Shikari, quattro ventenni inglesi che frullano i bassi della dubstep con il vigore delle chitarre punk/metal costringendo il pubblico più adulto ad accogliere con molto sollievo il rapper Pitbull che altro non può che deliziare l’audience con un’oretta di hit ballabili (boato per la conosciutissima You know you want me). Rapido cambio di palco ed è tempo per il primo vero big che ha contribuito a far smerciare non pochi biglietti: Noel Gallagher accompagnato dai suoi High Flying Birds. Secondo il luogo comune si dice che l’ex Oasis abbia da sempre un gran bel rapporto con il nostro Paese e non perda occasione per spedire sms e auguri calcistici ai vari Del Piero e Balotelli. Sarà, ma in quel di Rho, Noel si limita a fare il figo e a sciorinare la solita scaletta (ricca di episodi solisti, ma anche di gemme della sua vecchia band come Whatever, Little by little e Don’t look back in anger) che porta in giro dall’autunno scorso. Tutto molto professionale, per la carità, ma pure un po’ svogliato. Decisamente meglio la performance finale dei Red Hot Chili Peppers che, quando possono contare su di un Anthony Kiedis tonico, diventano la solita macchina da guerra tra funk sudato, improvvisazione (davvero convincenti le jam tra FleaChad Smith e Josh Klinghoffer) e sapori californiani. Insomma, ci si addolcisce con Under the bridge e ci si dimena con The power of equality e Give it away. Applausi di rigore.

LA DANZA DELLA PIOGGIA (VENERDI’ 6 LUGLIO) Secondo le previsioni della viglia questa doveva essere la giornata più debole del festival. Al tirare delle somme è stata la più epica. E vi spieghiamo subito il perché: passate in rapida sequenza le band del pomeriggio (buono il reggae deiGood Vibe Styla e il post-grunge dei Seether; sempre più emo i Lostprophets e drammatici oltre immaginazione gli Evanescence guidati da una Amy Lee con evidente tintarella rosso-gambero a chiazzare una pelle, di suo, bianchissima), appena salgono sul palco i fantastici Chase & Status – se la dance britannica targata 2012 si può riassumere in un solo nome, questo è decisamente il loro – il tempo comincia a fare le bizze spostando nuvoloni inquietanti e scuri sopra il cielo di Rho. E’ il momento giusto: quando gli adrenalinici Prodigy calcano lo stage, nell’arco di un paio di brani, si scatena il finimondo. Sul palco grazie alla miscela di sintetizzatori impazziti unita a due frontman d’antologia (il nero Maxim e la maschera techno-punk di Keith Flint) e tra il pubblico che balla selvaggiamente fregandosene del nubifragio che gli sta franando addosso. A un certo punto sembrava di essere tornati ad uno di quei rave tipici degli anni ’90, con la giusta colonna sonora nell’aria (PoisonVoodoo peopleSmack my bitch up, ecc.) e un’energia difficilmente spiegabile a parole. I Prodigy ne approfittano pure per darci un assaggio del loro nuovo disco (che forse si chiamerà How to steal a jet fighter) e chiudono alla grandissima con la politicizzata Their law. Scritta nel ’94 quando in Inghilterra si studiò una legge per abolire i raduni di massa con la gente tutta presa dal ballare nei campi della Gran Bretagna. Altri tempi davvero. O forse no?

LA VITTORIA DEL SIGNOR SMITH (SABATO 7 LUGLIO) Ed eccoci così arrivati alla giornata conclusiva. Quella più sentita e romantica, se vogliamo, nonostante nel pomeriggio ci sia stato poco per cui strapparsi i capelli (giusto i sudafricani Parlotones che sembrano la versione sudafricani dei Killers) mentre la furia post-moderna dei Crystal Castles (alla voce la viziosa Alice Glass) sembra più la colonna sonora di un’orgia debosciata piuttosto che il soave sottofondo di una cena a lume di candela. Poi però arrivano i New Order e il cuore dei tantissimi orfani dei Joy Division batte forte: loro, privi del bassista storico Peter Hook e quindi di una certa animalità da palcoscenico, magari ci perdono qualcosa, ma quando omaggiano Ian Curtis con Isolation e naturalmente Love will tear us apart la folla molla momentaneamente l’area di Rho contenta di farsi un bel giretto in Paradiso. Le mostruose hit della band di Manchester (cosa sarebbero stati gli anni ’80 senza True faith,Temptation Bizarre love triangle?) fanno muovere le gambe ad ogni singolo presente e quando il cantante-chitarrista Barney Sumner saluta il pubblico dopo una tiratissima Blue monday forte è il sospetto che lo show sia durato troppo poco. Amen, ci ripagheranno abbondantemente i Cure con tre lunghissime ore ben suddivise tra tutto il meglio di una carriera leggendaria. Carriera partita in pieno post-punk con Boys don’t cry, transitata per le fosche strettoie del gothic/dark (Seventeen secondsPornographyDisintegration) e approdata su lidi pop d’antologia (vi dice niente Friday I’m in love?). Impossibile citare qui una scaletta lunga 34 pezzi, ma sappiate solo che su Just like heavenanche il cemento avrà sospirato. Per chi scrive si è trattato semplicemente del più bel concerto dell’anno (premessa: da Springsteen non sono andato) e di una strabiliante vittoria esistenziale di un artista complesso chiamato Robert Smith. Oltre che la degna conclusione di un Heineken Jammin’ Festival meritevole di una conferma immediata in quel di Milano. Nella speranza che il cast del 2013 avrà lo stesso impatto d’eccellenza di quello andato in scena quest’anno. Che ne dite dei Blur, a tal proposito?

Simone Sacco

(Tratto dal Quotidiano on line)