Discover the Film Haus Berlin

FilmhausNel moderno complesso Sony Center si trova la Filmhaus che racchiude il cinema d’arte e d’essai Arsenal, una scuola di cinema e il museo del cinema. Nel Filmmuseum si intraprende un viaggio alla scoperta dei primi effetti speciali inventati dagli espressionisti tedeschi e dei segreti dei primi grandi classici tedeschi come Nosferatu, Il gabinetto del Dott. Caligari e L’Angelo azzurro. Una grande sala è dedicata all’attrice Marlene Dietrich e ai suoi costumi di scena. Proseguendo il percorso si arriva al cinema durante il periodo nazista e a quello del dopoguerra: da Sissi alla serie televisiva Derrick, passando per L’onore perduto di Caterina Blum, Il tamburo di latte e La tempesta perfetta.
Fa parte del complesso museale Kulturforum.

Alida Altemburg Berlin

Festival del cinema di Berlino

Nella Filmhaus, durante il mese di gennaio, si svolge il famoso Festival del cinema di Berlino e la consegna dell’Orso d’Oro, che richiamano nella città, oltre a numerose star del cinema, anche gli appassionati di tutta Europa.

Le mostre del Filmmuseum

Marlene Dietrich

La mostra dedicata alla famosa attrice Marlene Dietrich vanta una collezione di abiti, fotografie, lettere, poster e locandine dei suoi film.

Olympia

La mostra dedicata al film di propaganda nazista Olympia svela gli antichi trucchi cinematografici usati dal regista Leni Riefenstahl.

Metropolis e il gabinetto del dott. Caligari

Ai due film tedeschi più famosi degli anni venti sono dedicate due mostre che includono i costumi, i modelli e le scenografie, come quella dello studio del Dott. Caligari, un capolavoro del cinema espressionista.

Mondi artificiali

La mostra dedicata agli effetti speciali vi porta alla scoperta dei trucchi cinematografici: da quelli degli anni venti alle animazioni digitali.

Film tedeschi

Tre mostre sono dedicate alla storia dei film tedeschi: dal cinema durante il regime nazista al cinema del dopoguerra, dalle testimonianze degli attori e dei registi costretti ad emigrare al successo delle star sia della Germania dell’Ovest che dell’Est.

Nel cinema i confini dell’espressionismo sono molto controversi: alcuni indicano come espressionista tutta la cinematografia tedesca non tradizionale fino al 1933 (escluso il cinema astratto).

Altri, come la storica Lotte Eisner, hanno scavato più in profondità schematizzando con più accuratezza le numerose tendenze cinematografiche di quel periodo, arrivando a individuare almeno tre tipologie principali: l’espressionismo vero e proprio, il Kammerspiel e la Nuova oggettività. Secondo questa impostazione arriva a esistere un solo film espressionista puro, vero e proprio manifesto paradigmatico, Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1919). Tratti espressionisti si ritroverebbero poi, più o meno evidenti, in una serie di altri film.

Secondo altri invece l’espressionismo è uno stile più diffuso, che caratterizza film molto diversi tra loro, come anche le opere di Murnau, Lang, Pabst, Paul Leni e molti altri.

Per operare distorsioni “espressioniste” nel cinema, che sostituivano alla descrizione oggettiva della realtà una percezione soggettiva, si dovettero recuperare tutti quei trucchi speciali del vecchio cinema delle attrazioni, in modo da ricreare mondi irreali, distorti, allucinatori. Anche il contenuto si adattava a temi misteriosi e soprannaturali, prese dal regno delle ombre e dall’universo delle creature del male, potenziate dalle possibilità del cinema. L’uso di modalità stilistiche esasperate e deformate suscitava nel pubblico sensazioni ed emozioni forti.

Grande importanza nella creazione di questi mondi irreali ebbe la scoperta del cosiddetto effetto Schüfftan, dal nome del grande fotografo Eugen Schüfftan, che permetteva la creazione di mondi virtuali a costi molto bassi rispetto alle scenografie. Esso consisteva nell’uso di cartoni disegnati che venivano proiettati e ingigantiti con un gioco di specchi, fino a divenire sfondo di una parte dell’inquadratura, mentre in un’altra si muovevano gli attori in carne ed ossa, magari inquadrati da lontano. Nacquero così intere città fantasma e architetture vertiginose, vere e proprie antenate del blue screen contemporaneo. L’esempio più evidente dell’utilizzo di tale metodo nel cinema espressionista tedesco è costituito dall’imponente e moderna città che dà il nome al film Metropolis (1927), resa gigante proprio dall’impiego del metodo Schüfftan.

Metropolis Fritz Lang

Un’altra caratteristica che fece la forza del cinema tedesco di quegli anni è l’uso del primo piano con effetti demoniaci e persecutori o, viceversa, vittimistici e perseguitati[4]. Il grande valore espressivo dei volti tenebrosi, truccati pesantemente o dalle espressioni sovraccariche, venne sfruttato in maniera coerente per la prima volta proprio nella Germania di questo periodo.

Prominente fu l’uso di fondali dipinti (di derivazione teatrale), che portò ad una subordinazione dei personaggi, che alle scenografie dovevano adattarsi. Angoli acuti, ombre marcate e recitazione spigolosa sono comunque i capisaldi dell’espressionismo.

Caligari

Il gabinetto del dottor Caligari

 

Il gabinetto del dottor Caligari fu il film simbolo dell’espressionismo, quello in cui si ritrovano tutte le caratteristiche fondamentali del movimento. Quando venne girato, nel 1919, l’espressionismo nell’arte era già un movimento noto e conosciuto, per cui il film ne segnò l’apoteosi, aprendo una nuova strada anche nella cinematografia.

La trama è composta come un gioco a scatole cinesi: un giovane, Franz, racconta a un anziano amico una sinistra vicenda avvenuta nel suo paese natale e che ha come protagonisti l’ambulante dott. Caligari e il suo sonnambulo Cesare. Caligari mostra il sonnambulo alla fiera del paese come fenomeno da baraccone, ma durante la loro permanenza, iniziano ad avvenire alcuni misteriosi delitti, che culminano col rapimento dell’innamorata di Franz, Jane. Mettendosi sulle tracce del rapitore allora essi arrivano a incolpare il sonnambulo e trovano Caligari che ha trovato rifugio in un manicomio, del quale è direttore. Avvertiti i medici riesce a incolpare Caligari della sua pazzia, leggendo il suo diario dove dichiara di voler emulare un omonimo dottore del XVIII secolo, che comandava un sonnambulo contro la sua volontà, facendogli commettere efferati delitti. Caligari, che ammette la sua follia, viene allora rinchiuso in una cella, ma poco dopo si scopre che anche Franz vive nel manicomio: in realtà il matto è lui, che è ossessionato dalla figura del direttore della clinica e che ha costruito la storia usando i pazienti della clinica come personaggi. Il direttore nell’ultima didascalia esclama: “Ora so come curarlo”.

Le scenografie dipinte sono opera di due pittori e scenografi espressionisti: Walter Reimann e Walter Röhrig, ambedue ispirati dai modeli pittorici di Kirchner.

La storia di accuse reciproche tra i personaggi è già di per sé delirante, ma quello che scuote lo spettatore è la caratterizzazione delle inquadrature, girate in scenografie allucinate dalla geometria impossibile, con spigoli appuntiti, ombre minacciose, strade serpentine che diventano vicoli ciechi. I personaggi recitano col volto pesantemente truccato, in particolare il sonnambulo, che ha gli occhi cerchiati di nero. Il mondo distorto, opprimente e antinaturalistico, sottintende la crezione della mente malata di Franz, ma riecheggia palesemente le opere di Kirchner o anche le scenografie futuriste di Enrico Prampolini in Thaïs, che probabilmente fu il diretto antenato degli scenografi espressionisti.

Il film è girato tramite lunghe inquadrature fisse, con poco montaggio, che crea una sorta di bidimensionalità, oltre all’effetto asfissiante che l’inquadratura sia chiusa su sé stessa, come se fosse un mondo a parte, al di fuori della quale non esiste nulla.