Dandy is a girl

Dandy woman

Ogni secolo capace di produrre poesia è stato, sinora, un secolo artificiale, e l’opera che ci sembra il prodotto più semplice e naturale del suo genere è probabilmente il frutto dello sforzo più premeditato e consapevole, perchè la natura è sempre in arretrato sui tempi. Solo un grande artista può essere completamente moderno.   I dandy disprezzano la Natura e le sue leggi, poichè essanon è compiuta. Per compere l’opera si ha bisogno dell’artista e della sua sapiente mano. Essere un dandy è sinonimo di artificiosità, pose esagerate,frasi stravaganti e certamente non per ultimo il guardaroba: Fai la tua vita come si fa un’opera d’arte, non lasciare quindi al caso, alla Natura, il compito di decidere l’andamento dell’esistenza; non lasciare che sia lei a controllare i bisogni del corpo, ma che sia la volontà stessa dell’artista a comandarli, a suo piacimento e a regola d’arte”.  In questo si differenzia dal dandy la donna che aimè, Baudelaire definisce naturale e abominevole, poichè il prototipo di femme fatale semina sofferenza ed entra in conflitto con lo spirit narcisistico del dandy. Fortunatamente ci sono pregevoli eccezioni come la Marchesa Luisa Casati, un caso quasi unico nella storia del Dandismo, che si inserisce come un perfetto tassello nella costruzione dello stile elegante della donna moderna ed emancipata.   casati1912 Viso imbiancato, occhi bistrati e capello rosso fuoco. Anticipava molto la moda di Paul Poiret che doveva ancora arrivare. Vestiva in modo stravagante, provocava, portando all’estremo i dettami di una moda morente per inventarne un’altra. Non c’era un carnevale veneziano in cui non la si potesse incontrare. Un aneddoto la ricorda sia con un boa che con un ghepardo portati al guinzaglio! Ma essere dandy è molto di piu che girare vestiti come lampadari con animali feroci ed esotici, molto piu del trash che ci invade perennemente. Il Dandismo è forza creatrice, amore per le arti e l’immedesimazione con essere e la propria leggenda. Durante gli inizi del ’900 Bette Davis e Marlene Dietrich diverrano gli stereotipi della donna fatale e in particolar modo la Dietrich, che vestita da uomo con giacca e cravatta, capelli corti, seno piatto e molti sigari, sarà l’icona classica della donna dominatrice tanto da ispirare una moda femminile tipica degli anni ’10 e ’20 detta maschietta e assecondando così tutte quelle donne desiderose di rivalsa e ansiose di staccarsi dagli stereotipi ottocenteschi. Un’attrice unica che ha saputo reinterpretare in chiave femminile lo stile androgino è Diane Keaton.   jbbplefnbyno3pufhsaf-640x856-1 Sia sul set che nella vita privata ha sempre avuto uno stile personale esaltato anche nel cinema con i film girati insieme a Woody Allen. Completi maschili a quadretti bianchi e neri con camicia e cravatta, giacche fantasia principe di Galles, pantaloni scozzesi, abiti ispirazione Twenties, trench e cappelli, ma anche i colletti appuntiti che fuoriescono da maglioni e cardigan sono protagonisti del suo guardaroba, tanto che nel film “Io e Annie” la Keaton attinge dal suo guardaroba personale e al ritiro dell’Oscar come migliore attrice protagonista per quel film, all’abito da sera preferisce un completo grigio con fiore appuntato sul bavero e pashmina, diventando così un’icona.

La Moda di oggi e lo stile Dandy al femminile: Ralph Lauren ha trattato il Dandismo in una maniera elegante e sofisticata con tuxedo che assomigliavano più a personaggi vittoriani. Queste  donne vestite da uomo con la perfezione di un dandy della fine del XIX secolo che a dire di Lauren hanno “qualcosa di magico che ti fa sognare un’eleganza dimenticata“. Valentin Yudashkin nel 2008 presenta la donna dandy e neo gotica con la sua collezione A/I attraverso la linearità degli anni ’60 e l’eleganza strutturata degli anni ’90: piccoli caban, abitini e casacche in bianco, crema e avorio vogliono ricordare infatti, la silhouette modernista anni ’60 con spalle costruite, vite alte e accentuate, grandi volumi per gonne e abiti da sera. Su tutti i capi regna incontrastato il nero, colore perfetto per incarnare lo spirito neo gotico e profondamente dandy della collezione. Nel 2012 e 2013, Gucci tra le prime case di moda, propone la donna in versione dandy al femminile con sfumature drammatiche e dalle atmosfere notturne, suscitando un’immagine di un’eroina di un romanzo dei primi Novecento, dall’animo struggente.   Gucci che ha portato in scene al Victoria and Albert Museum “Bowie Is…”, di cui si potrebbe parlare per ore e di cui dedicherò presto uno speciale e a cui tutti gli stilisti hanno reso da Yamamoto passando per i brand come Paul Smith, che da sempre celebra il dandyismo sia maschile che femminile.

 

David-Bowie-david-bowie-21566594-871-1280 Roberto Cavalli lancia una donna lontana dal modello di donna esclusivamente sexy delle scorse collezioni, facendo sfilare in passerella figure sempre femminili ma forti e potenti con un velo di mistero. Non può mancare sulle passerelle milanesi . Giorgio Armani che propone una collezione “easy-chic” con donne dalle sembianze androgine, più colorate, che non rinunciano alla loro eleganza indossando scarpe basse e cappelli maschili a tesa larga indossati su abiti dalle grafiche pop. Per le curiose fashion addicted, i prossimi must have sono le pelliccie, non necessariamente vere e cappotti larghi e non avvitati, dalle più classiche nuances tendenti al marrone, al nero e con un ritorno del blu; ma il colore che spezzerà il grigiore invernale sarà l’arancio. I cappelli torneranno ad avere un ruolo principale come accessorio “obbligato”. Per quanto riguarda le calzature. Ecco alcuni esempi sia runway che street:

Dandy is a girl

 

 

 

I Fratelli Rossetti nel 2012/13 presentarono una donna che si diverte a rubare dalla scarpiera maschile forme ed ispirazioni, con stringate con doppio piping bordure di gros grain, brogue e derby affusolate senza stringhe, mocassini Brera in cavallino a stampe geometriche. Il tacco si trasforma in dècolletèe ingentilita da fiocchetti, la nuova Lady Brera e lo stivale Magenta con fasce di vitello anticato e cavallino stampato. I colori sono tra bordeaux, verde bottiglia, blu e testa di moro.   Ma tornando alla nostra Luisa Casati, sicuramente possiamo dire che Lady Gaga è arrivata ben dopo… Qui un esempio… picture4 Quei grandi occhi bistrati di nero, di un’intensità magnetica, sono il simbolo della vibrante aura di mistero e voluttuosità che aleggia intorno alla figura di Luisa Casati. Il viso attraversato da un gioco di luci e ombre, incorniciato dalla massa ribelle di capelli, è protetto e sostenuto dalle pallide mani, quasi a volere trattenere la sua bellezza inesprimibile, imperfettamente sublime, che dipinge l’allure très charmante della marchesa. Esteta, ha vissuto la propria vita come un’artista un’opera d’arte, usando il verbo di Wilde. Un binomio questo che la lega inscindibilmente alle tante opere che l’hanno immortalata, come il Ritratto per Dorian Gray. C’è da sfatare immediatamente un mito: il dandy non è sempre omosessuale o pederasta. Wilde lo era, Montesquieu lo era, Proust, Cocteau, Jacob lo erano. Ma la raffinatezza del dandy non è esclusivo sinonimo di preferenze sessuali fuori dal comune. Certo, il dandy non ama autodefinirsi come la virilità in persona, ben sapendo che tra l’uomo detto ‘virile’ con la canottiera sporca che sputa per terra e fischia dietro le signore – e lui, c’è un profondo abisso di differenza.

 

Il dandy, in un certo senso, è una donna: ama i profumi, i fiori, i bei vestiti, le buone maniere, l’eleganza formale; ha sentimento, spesso dipinge o scrive poesie, ascolta musica melodica e predilige la calma di un buon libro ad una partita di calcio. Il dandy, nonostante la sua apparente freddezza, può sinceramente amare una donna, basti pensare alla lunghissima storia d’amore tra Louis Aragon e la graziosissima Elsa Triolet; Baudelaire si ritrova ad amare follemente la dama mulatta Jeanne Duval, attrice, soffrendo terribilmente durante la separazione alla quale questa, con le sue terribili mani ere, lo aveva costretto ad arrivare; da non dimenticare l’intenso amore di Scott Fitzgerald per la sua sposa Zelda Sayre, la quale impazzì ancora giovane, e il poeta dovette assisterla fino alla propria morte, nel 1940; il pittore Amedeo Modigliani si innamorò della bella Jeanne Hébuterne la quale, quando lui morì, si gettò da un balcone, incinta, non potendo vivere senza il suo poetico amante.

E come non dimenticare D’Annunzio? quale amatore latino più famoso di lui? Moderno Don Giovanni – anche queso personaggio mozartiano è, in un certo senso, un dandy – straripava di passione (“è tutto amore!” dice Don Giovanni nell’omonima opera) per le sue giovani amanti che riusciva a tenere sospese come un equilibrista.

E, arrivando al primo di tutti i dandies, troviamo il ‘Beau’ Brummel attorniato da sedicenti dame aristocratiche, borghesi, serve, sguattere, che facevano la coda per attrarre l’irresistibile Beau il quale, lungi dal diventare un volgare donnaiolo, sceglieva calmo tra le spasimanti quella che più lo interessava, facendo il tutto in gran riserbo.

Manet---La-Dame-aux-eventails

Ma l’amore del dandy non è certo rose e fiori. Egli non si vuole assolutamente accontentare di essere un romantico alla ricerca ‘di quella giusta': Baudelaire, prima, durante e dopo la sua maitresse – così la definisce Edouard Manet ritraendola nel famoso dipinto “Dame à l’éventail” datato 1862, periodo in cui la lenta paralisi degli arti inferiori della ragazza era già in stato avanzato – fu un assiduo frequentatore di bordelli, preferendo assai le prostitute ad una relazione stabile; D’Annunzio che, come già detto prima, era famoso per le sue innumerevoli relazioni con donne carpite grazie ad entusiasmanti lettere d’amore, non si accontentava di tenerne una per volta: il Vittoriale diventava così un luogo d’incontro tra il Poeta e le sue innumerevoli donne, le quaLi erano invitate a rimanere solo una mattinata, perchè poi, alla loro partenza, ne sarebbe arrivata un’altra, ed un’altra ancora. Tom Antognini ricorda, nel suo “Vita segreta di Gabriele D’Annunzio”, non senza una punta di malizia, gli errori negli inviti che a volte commetteva il malcapitato Vate, che si ritrovava a ricevere ben due amanti per volta, le quali naturalmente passavano ore a contenderselo. In quel caso D’Annunzio fingeva l’aria più dispiaciuta che gli era possibile, e se ne stava in un angolo ad osservare interdetto lo svolgersi della vicenda in cui era lui, in fondo, il soggetto principale, e badava d’intervenire solo se la discussione s’accendeva di toni più violenti.

 

Il conte de Castellane, sposatosi più per denaro che per la bellezza della sposa, dopo aver sperperato in feste e banchetti lucculiani l’intero patrimonio della sposa, divorziò e morì povero in canna, senza mai però lasciare la sua fredda dignità di dandy; La Rochelle, sommerso dalle donne, venne accusato di amarle solo per i soldi, dato che la maggior parte di esse erano tutte ricchissime. André Malraux, suo amico e dandy anch’egli, lo difese: “Hanno scritto un sacco di sciocchezze su Drieu e le donne ricche. In fondo lui amava le belle donne e succede che siano abitualmente delle donne ricche. I ricchi possono sposare le belle donne, e la fortuna permette loro di mantenere la bellezza più a lungo… ecco tutto”. E Drieu, nel racconto dedicato a Jacques Rigaut “Addio a Gonzague”, scrive, descrivendo l’amico da poco suicidatosi: “… Brummel beveva e scopava come te.”; ma, allo stesso tempo lo accusava di ipocrisia, dicendo che l’unica cosa ch’ei desiderava quando giaceva con una donna era che lei smettesse di respirare; Guido Gozzano era letteralmente attaccato dall’altro sesso da non poter farsi tranquillamente un giro in campagna senza udir sospiri femminili dietro ogni finestra…; Majakovskij sosteneva: ” Non ho mai tradito Lijila”, ma senza smettere di amarla, accumulava storie in cui chiedeva alle altre dedizione assoluta; Da non dimenticare la passione sfrenata che Bianca Fabbri ebbe per Curzio Malaparte, come ci racconta nel suo “Schiava di Malaparte” (sic). Ricordiamo ancora Jacques Vaché il quale, lungi dall’essere un esuberante donnaiolo, era quai un asceta in tal senso (come probabilmente lo furono quasi tutti i dandies); degna di nota è la sua storia con Louise (della quale se ne conosce solo il nome), donna con la quale abitava in un bell’appartamento in place du Beffroi. André Breton racconta che la ragazza veniva obbligata, quando il poeta andava a trovare il giovane dandy, a rimanere immobile in un angolo per delle ore, mentre i due uomini parlavano del più e del meno. Alle 5, lei serviva il tè e, per tutto ringraziamento, Vaché le baciava la mano. “A quel che diceva – scrive Breton sempre parlando di Jacques Vaché- con lei non aveva alcun rapporto sessuale e si accontentava di dormirle accanto, nello stesso letto. D’altronde, si comportava sempre così, assicurava. Nondimeno amava dire: “la mia amante”, prevedendo certamente la domanda che un giorno avrebbe posto André Gide: Jacques Vaché era casto?”

 

Il dandy generalmente non ha una grande stima per la donna. Più spesso egli lusinga, corteggia e seduce solo per vedersi all’azione; più che il fine, al dandy interessa il preambolo, la seduzione; seduzione fatta di sguardi, parole, gesti. Il dandy, come giustamente rileva Lanuzza, è più un Don Giovanni che un Casanova. La differenza sostanziale tra i due seduttori per eccellenza è che il primo è un ammaliatore, il secondo è un ammaliato. Casanova cerca e ama le donne che lo hanno sedotto, Don Giovanni deve fuggirle, per non esserne sommerso. In fondo, Don Giovanni è un esteta, un dandy che però si attacca troppo al sesso femminile. E’ ancora l’estetica che più interessa al vero dandy, e non la sostanza vera e propria dell’amore. Le epistole d’amore di D’Annunzio non gli sono altro che splendidi esercizi di retorica dove, per meglio essere sicuri della loro carica artistica, è necessario ‘provarli’, per attenderne gli effetti.

Soren Kierkegaard, il filosofo, sarebbe stato un ottimo dandy se si fosse fermato al suppore un “vita estetica”, olte quella “vita etica” e “vita religiosa” che sono l’esatto opposto dell’essenza dandistica. Teorizzando il famoso “Don Giovanni”, e cioè l’uomo estetico, libertino, amante dei piaceri e della vita, Kierkegaard non fa che descrivere una sorta di dandy; e nel famoso “Diario di un seduttore”, il filosofo abbozza la figura dell’esteta-erotomane, crudele e affascinante allo stesso tempo, in grado di sedurre innumerevoli donne sempre tenendole sospese, in bilico tra la passione e il dubbio, senza aver mai pronunciato loro una sola parola d’amore. In questi casi le fanciulle non potranno mai dare ad altri la colpa delle loro sofferenze se non a loro stesse, le quali credono di essersi immaginate tutto, o chi fra loro, più perspicace, come la giovane Cordelia, s’accorge dell’inganno diabolico, si tormenta l’animo confessando al suo stesso seduttore d’essere comunque innamorata follemente di lui, ed allo stesso temo lo odia con un’intensità fuori dal comune. Perchè in fondo il vero dandy rimane freddo ed impassibile, calcolatore, anche di fronte alle situazioni in cui normalmente si richiederebbe passione ed esaltazione dei sentimenti umani.   Lo stesso discorso vale per ogni dandy reale: negli scritti, nelle poesie, il dandy tiene più a descrivere i suoi astuti corteggiamenti che a descrivere i sentimenti della donna corteggiata. Ella può sì attirarlo per la sua bellezza (certo deve essere sigolare), o per una sua predisposizione alla toeletta – Drieu La Rochelle ci confida d’essere attratto soprattutto da questo tipo di donna -, o per il suo considerevole patrimonio (il conte Boni de Castellane fa il gigolò una sola, fortunatissima volta, sperperando tutto l’ingente patrimonio della moglie – non a caso lei otterrà il diovorzio) o, più raramente, per la sua intelligienza. Ma ciò che sempre ripugna il dandy nella donna è quel suo essere naturale (sentenzia Baudelaire: “La donna è il contrario del dandy.

Dunque, deve fare orrore. La donna è naturale, cioè abominevole”), o, come Pierre Louÿs spiega nel romanzo “La donna e il burattino”, la donna fa ancora più orrore se prototipo di ogni femme fatale, la temibile ‘prostituta vergine’ Conchita; il suo compito consiste nel seminare la sofferenza e guardarla crescere. “La donna e il burattino”, uscito per la prima volta nel 1898 si colloca nella ricca tradizione della donna fatale, una cui variante, nutrita di esotismo, erotismo, estetismo, è l’allumeuse, colei che provoca senza mai concedersi, un ‘boia di marmo’, come dirà Barbey d’Aurevilly, capace di una castità micidiale. Al contrario, seppur allo stesso modo letale, la “Salomè” di Oscar Wilde la ritroviamo tra la terribile gamma di donne fatali che ossessionarono i dandies fin dalla notte dei tempi; porto ora ad esempio “Le Diaboliche”, di d’Aurevilly: donne del desiderio e del peccato cattolico, che reprime e ammorba ogni felicità, del male voluttuoso e mortifero. O si pensi anche alla “Zuleika Dobson” (1911) unico romanzo di Max Beerbohm (nell’immagine, ‘Zuleika Dobson’, disegno di Beerbohm rinvenuto sul manoscritto originale), tenace quanto ammaliatrice donna-dandy, con la fredda missione di conquistare il giovane, pallido, raffinato, celibe, cenobitico, anacoretico e claustrale duca Dorset (tale l’aggettivazione pretesa dal tipo completo del dandy) in una sorta di aspettativa narcisistica di riuscire a sedurre il primo uomo indifferente al suo fascino; da parte sua, il duca non ha la minima intenzione di cedere in una “faccenda così volgare”, ammirando qualcun’altro oltre che se stesso… ma finisce comunque per impigliarsi nella rete dorata della perfida ammalliatrice, che non perde tempo a rifiutarlo dopo averne ascoltate le proposte di unione; Dorset, sconfitto, si salva ancora una volta grazie al suo inappuntabile “dandyism”, noblesse oblige.

 

XV. Don Giovanni all’infernoQuando Don Giovanni scese all’onda sotterranea,
pagato l’obolo a Caronte, un mendicante,
triste, dall’occhio fiero come Antistene,
afferrò i remi con braccio vendicatore e forte.Mostrando seni penduli tra le vesti aperte,
donne si contorcevano sotto il nero firmamento
e come un grande armento di vittime immolate,
dietro lui lanciavano lunghi muggiti.Sganarello rideva e reclamava la sua paga;
Don Luigi con il dito tremolante
indicava a tutti i morti vaganti sulle rive
l’audace figlio che derise le sua biamca fronte.La casta e magra Elvira, tra i brividi, in gramaglie,
vicina a quel perfido sposo che pure fu suo amante,
sembrava implorargli un ultimo sorriso
in cui brillasse la dolcezza del primo giuramento.Dritto nella sua armatura, un grande uomo di pietra
stava al timone fendendo i neri flutti:
ma l’eroe calmo, curvo sulla sua spada,
guardava la scia sdegnando tutto il resto.(Ch. Baudelaire, da “I Fiori del Male”)

Tamara e la donna dandy:

Tamara Alida Altemburg

 

 Due aneddoti riferiti da Giancarlo Marmori illustrano questo atteggiamento spirituale o, meglio, questo stile di vita. Secondo il primo, una volta, in un periodo in cui certamente Tamara non nuotava nell’oro, sarebbe entrata in una pasticceria e avrebbe comprato una dozzina di bigné alla crema che voleva utilizzare come soggetto per una natura morta. Sennonché la pittrice sarebbe stata così affamata che, senza pensarci due volte, avrebbe preferito fare della futura «natura morta» un bel boccone. Come Jean Cocteau, che frequentava la sua stessa cerchia, Tamara poteva resistere a tutto … ma non alla tentazione.

 

Teatro del secondo aneddoto è il caffè « La Coupole », ritrovo di artisti e intellettuali nel cuore di Montparnasse, durante una serata in compagnia del pittore futurista F. T. Marinetti. Dopo abbondanti libagioni e un focoso discorso dell’autore del manifesto dei futuristi italiani che terminava con l’appello «Bruciate il Louvre!», tutto il gruppo di artisti e poeti, non più lucidissimo, decide davvero di dare alle fiamme un tal simbolo del passato. Purtroppo, però, l’automobile che avrebbe dovuto portare l’illustre combriccola sul posto – la gloriosa automobile di Tamara – è sparita. L’avventura termina alquanto banalmente al commissariato di polizia, dove l’artista sporge denuncia per furto dell’automobile .. .

In un certo senso Tamara de Lempicka è un dandy, paragonabile a George Brummell o meglio alla contessa Greffulhe che ispirò Marcel Proust per la caratterizzazione della sua duchessa de Guermantes. Ella possiede quel certo non so che rende i suoi modi tanto accurati, tanto inimitabili, tanto perfetti che la sua inconfondibile superiorità s’impone come da sé, irresistibilmente. Questa tendenza al dominio e i suoi devastanti effetti su un uomo possono essere illustrati al meglio dal suo rapporto molto particolare (quasi farsesco) con Gabriele d’Annunzio. Un’avventura sulla quale ci intratterremo ancora e che l’artista riassunse così all’editore Franco Maria Ricci: «Ero una donna bella e giovane e davanti a me avevo un vecchio nano in divisa.»
Un’ulteriore similarità con Brummell – a parte che dandismo non si dovrebbe confondere con eccentricità – consiste nel fatto che il segreto dell’uno e dell’altra dipende da quell’ineffabile aura che ha fatto del primo il principe del suo tempo e dell’altra la star della sua epoca, mentre entrambi hanno lasciato tracce solo molto deboli nella memoria storica.

Questo dandyismo si ritrova anche nel decor di cui Tamara vuole circondarsi. Cosi, per esempio, dal 1933 fino alla sua partenza per gli Stati Uniti, al culmine della carriera, abita in una dignitosa casa di proprietà a tra in Rue Mpchain che rispecchi esattamente il suo gusto e che il giornalista Marmori descrive come segue: “La cronache dal tempo non si stancavano di fernire entusiastiche descrizioni dell’arredamento e delle strutture ” up to date” di questa casa di città progettata da Mallet- Stevens, l’architetto dei conti di Noailles e di Poiret. Riferiscono di toni grigi e di cromature, di un bar all’americana, di rivestimenti in legno e di tappezzerie beige. Secondo uno di questi cronisti, la camera da letto dell’artista è avvolta in un a luce verde sottomarino. La pittrice riceveva qui la crème de la crème di Parigi e i giornali riportavano sempre dettagliati resoconti dei sui parties. Nel 1937 vi ricevette gli ambascitori di Grecia e Peru, Van Dongen e la principessa Gagarin, Kisling e Dr. Woronow, che le propose di sposarsi e colleziono le sue opere, la duchess di Villarosa e Lady Chamberlain, il duo maestro Andrè Lhote e i cogniugi Clemanceau. La bellezza l’eleganza e la fame dell’artista drano al centro di un’ampia e mute vole cerchia di amici e conoscenti; le personalità di cui si circondava erano come corpi celesti, grandi e piccini, luminosi e spenti. Non pochi reporter cadevano in estasi solo per un suo sguardo (e d’Annunzio l’aveva definita addirittura <donna d’oro», affascinati dalle sue mani, dai suoi capelli, dal suo abbigliamento. A Fernand Vallon, che va a trovarla allorché lei sta lavorando alla sua Andromeda, si presenta <in una veste purpurea, cardinalizia, con smeraldi profondi come il mare: bionda, stupendamente bionda, con mani delicate e ornate da unghie d’un rosso sanguigno>, spinge da parte grandi tele <che ricordano il velluto grigio, lo stesso della sua tappezzeria>.

 

er poter comprendere l’entità del contributo di Tamara alla sua epoca, bisogna dunque vedere le sue opere nel contesto storico in cui sono nate: gli anni Venti, l’epoca del compromesso Art déco, e gli anni Trenta, tristemente famosi per l’ «appello all’ordine» di André Lhote. Il postcubismo degli anni Venti ovvero il neoclassicismo degli anni Trenta imprimono in quest’epoca un segno profondo.

Il che non significa che Tamara non vada al di là di questo, che l’erotismo o le deformazioni dei suoi dipinti siano piuttosto ispirati da Ingres che non dal cubismo, che il suo neoclassicimo, di solito per definizione pudico, in lei non acquisti tratti piuttosto osceni.

Questo non toglie niente al fatto che le donne di Tamara fossero perfettamente adeguate alla sua epoca, un’epoca di lusso e di agiatezze per i ricchi e di estrema miseria per gli altri. La funzione di queste donne consisteva nell’indossare abiti alla moda o frivolmente esotici e, all’occasione, nel mettere in mostra gioielli, sempre sullo sfondo di vistosi interni. Queste creature dalle gambe lunghissime, col vicino di vespa, che danno l’impressione di essere appena uscite da una rivista di moda, ricordano quelle «Eve», sciocchine e dallo sguardo languido, del tipo «sii bella ma chiudi il becco», per le quali si azzuffavano banchieri e politici che le mantenevano come maìtresses di lusso. Tra le eroine di Tamara ce ne sono alcune davanti alle quali uno inorridisce solo al pensiero che potrebbero davvero aprire la bocca e cominciare a parlare … Io sono pronta a rispolverare il mio guardaroba da perfetto gentleman inglese e voi?tumblr_lgzh0bbtey1qfajz0o1_500