Antonio Mancinelli: quando il giornalista è beato tra le gonne

Antonio Mancinelli at Fendi 0002 by the bontonist

 In piena fashion week, tra Pitti e le sfilate di Parigi, ho pizzicato per voi lettori, il bellissimo Antonio Mancinelli direttore Attualità di Marie Claire Italia e autore del blog http://www.marieclaire.it/Moda/Il-blog-di-Antonio-Mancinelli per una chiacchierata di moda e non solo.

 

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 Ha scritto per il “Corriere della Sera”, “La Repubblica”, “Vogue Italia”, “Vanity Fair”, “Diario”, “Elle”, “Style” e molti altri. È stato caporedattore di “Mondo Uomo e Donna”. Per Radio Tre ha condotto “Grammelot”, ha fatto un po’ di ospitate in tivù. 

 

Tiene corsi e seminari in alcuni importanti istituti e università italiani: a Milano, presso la Domus Academy e il Politecnico di Milano; a Roma presso La Sapienza e l’Accademia del Costume e Moda.

 

Alla fine dell’intervista giudicate voi se è piu bello o piu bravo…

Com’è stato il Pitti Uomo quest’anno. Quali proposte e quali novità per un look perfetto?

So che è maleducato rispondere a una domanda con un’altra domanda, ma: esiste ancora un look che potremmo definire “perfetto”? E poi, perfetto per cosa? Per un’occasione, per essere alla moda, perché ci fa fare miglior figura, perché ci rende più fotogenici? Credo che la ricerca della perfezione inizi, prima di tutto, da un’attenta opera di ricognizione di se stessi. Dal Pitti, come dalle sfilate milanesi, sono emerse tali e tante proposte che non è più facile dire – come si faceva un tempo, prima che esistesse l’aggettivo “cool” – dire a un uomo: «Con questo o con quello, incarnerai perfettamente lo spirito dei tempi». Questa da un lato è una fortuna, perché non ci sono più diktat predefiniti e prescrittivi, dall’altro è una sventura, perché costringe ognuno di noi, uomo o donna non importa, a fare un buon uso dello specchio prima di vestirsi. Certo, ci sono dei macrotemi: il parka, un certo spirito militare da Ufficiale e gentiluomo, ma convivono accanto ai nuovi “furti”, da parte dei maschi, di alcuni capi del guardaroba femminile: la blusa con il fiocco, i colori bon bon, addirittura la gonna. È il marketing, bellezza. Che ognuno scelga ciò che gli sta bene, senza minimamente fidarsi di quello che scriviamo o pubblichiamo nelle nostre meravigliose riviste patinate. 

Antonio Mancinelli
 Fashion e Social Network. Come ti trovi con le nuove tecnologie? 
È un discorso complesso: passo per essere un nemico dei fashion blogger, il che corrisponde in parte a verità. Nel senso che, se devi aprire un blog solo per pubblicare dei tuoi ritratti in cui sei travestito da contadinella o da astronauta ubriaco, non conosci la storia dei marchi, confondi Dio con Dior e la tua unica occupazione è girarti come un kebab sul girarrosto solo per farti scattare una foto da non-importa-chi-ma-importa-quanto, allora: ne faccio volentieri a meno. Se invece usi il blog come forma per dare visibilità ai tuoi pensieri, alle tue critiche (purché non inquinate dai regalino del designer di turno), e soprattutto alla tua visione del mondo, allora ben venga. Per esempio, trovi eccezionali due blogger, una inglese, Susie Lau per Style Bubble e l’altra americana, Leandra Medine per Man Repeller perché sono colte, hanno competenza e un occhio allenato, ironico e divertito sulla moda attuale. Per quello che mi riguarda, devo confessare che da quando linko sulla mia pagina Facebook gli articoli del mio blog “Beato tra le gonne” su marieclaire.it, ho ricevuto molte soddisfazioni. I social network (ultimamente sono in fissa per Instagram, dove conduco una mia ricerca personale: fotografare tutto e tutti di spalle, come protesta contro la società dell’apparenza) conducono verso un rapporto personale con i lettori, e spesso ricevo anche delle critiche. Questo non era mai successo prima, fino all’arrivo del web e ti mette sullo stesso piano di chi ti legge. E soprattutto, in tempo reale. I social network, se usati con criterio, fanno bene alla circolazione delle idee. E la moda è il trionfo delle idee e dei pensieri.
La tua giornata tipo in redazione…

Vorrei sfatare un luogo comune: la vita in redazione ha più punti di contatto con Fantozzi che con Il diavolo veste Prada. Sono a capo dell’attualità, quindi passo sette-ore al giorno tra riunioni, proposte che mi arrivano da vari collaboratori, chiacchierate con il direttore sui contenuti dei prossimi numeri e, naturalmente, scrivere articoli o interviste che riservo per me perché mi interessano particolarmente. Parlo molto anche con i colleghi della moda per sapere anche tema dedicheranno i servizi. Poi ci sono le fashion week, in Italia e talvolta all’estero, che sono sempre stimolanti. Diciamo che non mi annoio, anzi: è una grande fatica. Però amo questo lavoro, che faccio da trent’anni esatti, come il primo giorno. Perché ti costringere a essere sempre informato (ah, dimenticavo: tornato a casa alle 21,00 circa, inizia la lettura di altri giornali e l’esplorazione di siti particolarmente interessanti) e quindi ti forza ad avere sempre le antenne diritte nel tentativo di captare il nuovo. 
 Sei multitasking: docente,giornalista e anche scrittore. Recentemente hai partecipato a Book City. Com’è stata quest’esperienza?
Vorrei fare una premessa: questa domanda ha come sottotesto un pregiudizio ancora diffuso. E cioè che i giornalisti di moda non possano occuparsi d’altro che non siano vestiti e accessori. Questo è profondamente sbagliato: prima di essere un giornalista di moda, sono un giornalista e uno scrittore con determinate competenza, certo. Non potrei farti la cronaca di una partita di calcio, ma sicuramente sono legato al mondo dell’arte, della letteratura e della creatività in modo profondo. L’esperienza di Book City, per esempio, è stata molto interessante. Siamo stati invitati a spiegare la realtà di oggi attraverso libri che abbiamo letto. Per parlare di crisi, ho letto un brano di Gary Shteyngart, da «Mi chiamavano Piccolo Fallimento». Per parlare di baby-escort ho trovato fondamentale l’introduzione di Resistere non serve a niente, di Walter Siti. Niente moda, sorry sorry.
Antonio Mancinelli
Un libro che hai scritto a cui sei particolarmente legato?
Ce ne sono due: la monografia Antonio Marras (per Marsilio) perché per la prima volta, un libro su uno stilista non era né celebrativo né semplicemente un esercizio di bella scrittura, ma metteva sultavolo i temi forti di un artista (e Marras lo è) con un lavoro di critica più simile a quella d’arte che a quella di moda. E poi, affettivamente, Finalmente libere (Sperling & Kupfer), un libro-inchiesta sulla possibilità, per le donne italiane, di invecchiare con serenità nel nostro paese. Mi ha fatto sentire vicino a loro, le ho ascoltate, le ho fatte confessare. Ed è venuto fuori il ritratto al femminile di un’Italia coraggiosa, che se ne frega dei modelli giovanilistici imposti e affronta l’avita con coraggio e con ironia. È stata fondamentale l’introduzione di Lella Costa, con cui siamo molto amici, ma delle 50 interviste che ho fatte con signore diversissime tra loro, non riuscirei a scartarne una. Mi sono sentito” protetto” dall’alto da due grandissime giornaliste e scrittrici che amo molto: Brunella Gasperini e Irene Brin. Oggi il loro valore è colpevolmente un po’appannato, ma vi prego di leggere i lori libri. Che oltretutto, sono divertentissimi.
 Cosa pensi del periodo storico che stiamo attraversando?

Che domandona, ragazzi! Dunque, da un lato trovo che sia un periodo superinteressante, soprattutto per quelli della mia generazione. È un ponte, una cerniera tra due epoche storiche totalmente diverse tra loro, e avere memoria di come era “prima” e assistere comunque al futuro, è un’esperienza decisamente forte e ricca di stimoli. Dall’altro lato, trovo che domini un generale sentimento d’incertezza, soprattutto in questa parte del mondo, che mi sembra vedere protagonista un Occidente impoverito di idee, più che di denaro. Questo mi dà una lieve vertigine, anche se non lo metto in relazione a tragedie avvenute recentemente, a un’ipotetica nascente politica di dominazione araba, a un’invasione di altre culture. Di sicuro, la società cui stiamo andando incontro non potrà che essere “multi”: multietnica, multirazziale, multiculturale. Non si può andare contro la storia. E, purtroppo, ancora troppe categorie sociali devono vedere riconosciute i loro diritti. Ma non penso – come tanti miei coetanei – che i giovani d’oggi siano indolenti, disinteressati, “sdraiati”. Vedo anzi in loro delle nuove forme d’impegno: per il riconoscimento delle coppie di fatto, per l’ecologia, per una migliore ridistribuzione delle ricchezze.

Antonio Mancinelli
 Un aneddoto della tua carriera che vuoi condividere con i nostri lettori?

Ho iniziato giovanissimo, quindi ne avrei a bizzeffe. A uno però, sono particolarmente legato e può far comprendere il cambiamento nella percezione di chi fa la mia professione. Sono di Roma, avevo 21 anni ed ero al mio primo articolo in assoluto: mi aveva arruolato il Corriere della Sera. Quando mi hanno invitato alla sfilata d’alta moda di un celeberrimo designer e ho raggiunto, con una paura che lévati, il mio posto in prima fila, è arrivato un nerboruto giovanotto praticamente cercando di picchiarmi. Quella sedia, su cui c’era ovviamente il mio cognome, secondo lui era riservata «alla signora Mancinelli». Io che ero già emozionantissimo e sudato, ho tirato fuori i documenti, gli ho strillato che Mancinelli ero io e, purtroppo per lui, possedevo un pene e non ero una giornalista. Ci è voluto l’intervento dell’ufficio stampa per far capire al bodyguard che si trattava proprio di me, e non avevo compiuto alcun sopruso: per lui era inconcepibile che un maschio potesse occuparsi di moda, al limite del “contronatura”. Iniziata la sfilata, dopo aver suscitata risolini e pettegolezzi, mi sono reso conto di essere l’unico uomo nella fila. Lui non aveva tutti i torti, ero davvero una mosca bianca vittima di discriminazione sessuale sul lavoro.

Un suggerimento che daresti ad un giovane che volesse provare ad intraprendere una carriera nel mondo del giornalismo nel fashion system?
Guardare le sfilate, ma anche andare al cinema, nei musei, a fare una passeggiata, in discoteca, leggere molti libri di storia della moda ma anche trattati di economia, psicologia di massa, sociologia. E tanti romanzi. Solo così si può arrivare a distillare uno stile che, se vuole distinguersi, non può e non deve somigliare a nessun altro collega. . C’è bisogno di stimoli che vengano da campi diversi, ma nello stesso tempo sapere nei limiti del possibile tutto quello che già è stato fatto e detto. La conoscenza è potere. Più ne hai, più hai strumenti per giudicare il mondo. Io, per esempio, ho avuto la fortuna di frequentare, ai miei esordi, l’Accademia di Costume e Moda a Roma e di bazzicare per atelier, per cui so perfettamente come è stato fatto un vestito, quanto tempo ci è voluto, quali tecniche sono state impiegate. Accanto alla conoscenza delle referenza culturali che ci sono nei défilé di quelli che danno un senso allo “Zeitgeist”, all’aria dei tempi in cui si vive.
 Dove ti vedremo prossimamente?
Per iscritto, ovviamente su Marie Claire e, alla fine dell’anno, in libreria. Ora sto conducendo una sei e di incontri culturali da Brooks Brothers per un mio progetto che si chiama Gentiluomini si diventa, dove metto a confronto signori – nel senso di uomini e el senso di animo – di generazioni diverse. Ah, virtualmente su facebook e alle sfilate. Sicuramente parteciperò a qualche trasmissione radio e tv. Per il resto, non so. Sinceramente non sono un “party boy” e dal lato mondano sono molto deludente. Trovo molto più divertente una serata passata in casa con amici che in un locale “esclusivo” dove “bisogna andare”. Ecco, io da quei posti lì, semplicemente faccio solo una cosa: non ci vado. E se mi ci portano, fuggo. Sono bravissimo, meglio di Houdini.
Seguite Antonio Mancinelli ed il suo interessante ed irriverente blog,
Ps: non ho ancora scoperto se è piu bello o piu bravo!
To be continued…
Antonio Mancinelli dedica Alida Altemburg